Monsters, University & Co.

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mike wazowski

Devono averlo pensato alla Pixar, quando hanno deciso che valesse la pena raccontare ancora le avventure di Mike e Sully: per produrre un prequel a dodici anni di distanza dal primo film serve davvero una gran bella idea.

Monsters University, infatti, risponde solo per certi versi alla recente tendenza della casa californiana, protesa (pare) più a sfruttare il franchise dei suoi grandi successi (allo scopo di raccogliere incassi garantiti) che a spingere forte, come in passato, sul pedale della creatività: pur sfruttando a dovere il traino di Monsters & Co., questo prequel risulta un film compiuto in sé, con una storia molto accattivante, capace di un intrattenimento di qualità e, ça va sans dire, eccelsa dal punto di vista della realizzazione grafica.

Altro elemento non da poco, a livello metanarrativo, è la circostanza per la quale la generazione di piccoli che nel 2001 venne conquistata dallo strampalato mondo di questi mostri abbia ritrovato quest’anno, in piena fase adolescenziale, la coppia di buffi amici alle prese con un loro personale percorso di formazione. Che alla fine si rivela tutto fuorché scontato.

Se in Monsters & Co. era Sully il personaggio con cui il pubblico era chiamato a empatizzare (e Mike quello di cui ridere), stavolta i ruoli sono decisamente invertiti. Seguiamo le aspirazioni di una matricola, Mike, decisa a entrare in quell’olimpo dei mostri a cui Sully sembra appartenere per diritto di nascita e ben altri vi sembrano destinati. Ebbene, dopo tutti gli sforzi e i sacrifici compiuti, Mike NON riesce a realizzare il sogno della sua vita: conosce se stesso e si riscrive, percorrendo, insieme al nuovo amico, una serie di complanari che, lungi dal precludergli la felicità, lo conducono alla piena realizzazione di sé, in un modo diverso da quello che si era sempre prefissato.

Trovo che, al di là di tutto, sia questa la forza più dirompente del film, che ci fa credere alla riuscita dell’eroe solo il tempo necessario per infrangere la bugia preferita del mondo occidentale: che basti impegnarsi fino in fondo per conquistare qualsiasi traguardo, anche il più lontano dalla realtà.

Niente di più distante dalla banalità di Planes (spin off di Cars nel quale, però, la Pixar non è in alcun modo coinvolta) e dal suo abominevole incitamento ad essere “più di quello per cui uno è costruito”.

Meritatamente, Monsters University  è candidato ai prossimi Oscar quale miglior film d’animazione dell’anno.

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  1. Bella la rilettura della vicenda di Monsters University. Permettimi una riflessione di sfuggita sull’ultimo concetto. È vero che da un punto di vista filosofico l’idea che l’uomo con la sua volontà possa andare oltre ciò per cui è stato fatto può essere abominevole. Da un punto di vista esperienziale e soggettivo non è facile definire con esattezza quali siano i propri limiti e paradossalmente solo il cercare di superarli ce lo può rivelare. Ciò rende ancora più interessante il percorso di Mike, se è capace di descrivere l’incontro con il limite è la ridefinizione che ne consegue…

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    • Concordo. La differenza tra MU e Planes sta proprio sul piano esperienziale, che nel secondo è del tutto ininfluente: Mike vi si scontra/incontra e cambia, mentre all’areoplanino agricolo basta solo uno sforzo in più per primeggiare tra i bolidi del volo intercontinentale. Sotto sotto, ciò che più mi indigna è che simili narrazioni utilizzino mezzi emotivamente molto coinvolgenti per convincerci di una menzogna: puoi riuscire ed eccellere in tutto, ti basta volerlo. Il confronto per i più piccoli deve essere frustrante,

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