La vita (solitaria) di Adèle

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Adèle

Conosciamo Adèle all’età di diciassette anni, una ragazza affamata di letture come di cibo e incontri, esperienze, vita. Una fame che niente sembra soddisfare.

La seguiamo nelle abitudini scolastiche; la sorprendiamo a scrivere nel segreto della sua camera; la spiamo mentre dorme, con quella sua bocca sempre appena aperta. È da piccoli dettagli come questo che pian piano emerge la sua umanità: dai capelli sempre per aria, dagli orecchini che indossa solo per gli incontri speciali, dalla naturalezza con cui ogni volta ignora il più banale: come stai?

Come potrebbe dirlo? In ogni contesto, in ogni situazione, non è mai in completa sintonia con gli altri che la circondano, quasi fosse in affanno a star loro dietro, e in questo modo una parte di lei rimane sempre celata. C’è in lei un’inspiegabile inquietudine che la porta sempre alla deriva, lontano da ciò che le viene proposto – sia il chiacchiericcio delle compagne o il bar in cui accompagna un amico – quasi avvertisse il bisogno vitale di trovare una sua originalità. Persino l’analisi dei testi che il professore propone in classe le risulta una sgradevole interferenza.

Si sforza, ci prova ad adeguarsi, ma è come far apprezzare La vita di Marianna di Pierre de Marivaux al ragazzo che frequenta: la buona volontà non è sufficiente. Quando anche la strada di una sessualità comune si dimostra non corrispondente alla sua natura, le rimane una sola certezza: Adèle non sa chi è.

Ancora una volta, La vita di Marianna commentata in classe ci aiuta a comprendere il suo sentire. “Dopo un colpo di fulmine il cuore ha qualcosa in più o in meno?” chiede il professore in riferimento al brano che sostiene la seconda ipotesi. È in seguito all’incontro che cambierà la vita di Adèle, infatti, che la sua inquietudine si rivela come vuoto, come assenza: il dramma di un’inguaribile solitudine.

La ricerca di se stessa l’ha portata a trovare l’altro, quello di fronte al quale riesci finalmente a definirti. Poco importa che l’altro sia in realtà un’altra, Emma. La ragazza dai capelli blu che la conduce in una dimensione tutta nuova dell’esistenza, una sessualità finalmente appagante, una voracità nei confronti della vita che adesso trova il suo piacere più grande proprio nel non essere mai saziata.

La compagnia di Emma la introduce in un orizzonte più vasto, popolato di presenze stimolanti, aperto a inedite esperienze culturali: un orizzonte dentro il quale Adèle finisce per smarrirsi e per ritrovarsi, inevitabilmente, ancora una volta sola.

Ha sacrificato tutto, a eccezione delle aspirazioni lavorative, sull’altare di una relazione che, nel tempo, si è dimostrata anch’essa fallace nel lenire l’incomunicabilità di cui è preda. Scomparsa da tempo ogni traccia della sua sensibilità letteraria, senza più la vicinanza dei genitori o il sostegno di una compagnia stabile, assistiamo a un progressivo restringimento della speranza di felicità di Adèle, fin quasi a vederla inghiottita da un buco nero, anzi blu.

Abdellatif Kechiche con Adèle Exarchopoulos e Léa Seydoux

Con questo film tratto dalla graphic novel Il blu è un colore caldo di Julie Maroh, il regista tunisino Abdellatif Kechiche ha guadagnato la Palma d’oro all’ultimo Festival di Cannes.

Il suo racconto, improntato a un vivo realismo, si distingue per gli insistiti primi piani e per l’attenzione ai dettagli più prosastici della quotidianità, mentre risulta ridondante (sia pur non morboso) nell’esposizione della genitalità saffica.

Punto d’onore della narrazione è la resa fluida dello scorrere del tempo. Privo di stacchi o cesure di sorta a segnare lo scorrere degli anni, è il velo leggero attraverso cui possiamo guardare la vita di Adèle.

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