Quella sensazione che puoi dire solo in francese…/2

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Déjà vu?

Déjà vu?

Siete pronti alla seconda tappa? Il nostro giro del mondo in (un po’ meno di) ottanta parole riparte dalla terra del Sol Levante, dove non a caso troviamo un termine apposito, “komorebi“, per definire la luce che filtra tra l’intrico dei rami.

Meno poetico, ma non meno evocativo per chi scrive, è “tsundoku“, ovvero l’atteggiamento di chi compra libri e lascia che si accumulino, uno dopo l’altro, fino al giorno in cui saranno letti e smetteranno di essere un simpatico complemento d’arredo. E io che pensavo di essere l’unico fissato! Non ancora convinti? Allora date un’occhiata al contenuto porno di questo sito

Per qualcuno, evidentemente, i libri (e le librerie) sono un sogno fantastico. Se tra i bantu vi fosse qualcuno a pensarla così, non esiterebbe a definire questo sogno un “bilita mpash“, cioè un’esperienza onirica estremamente appagante. Com’è che in italiano non ce l’abbiamo un contrario per “incubo”?

A proposito, avete scovato il significato di “culaccino”? No? Perché? Non avete avuto tempo? Non vi sembrava ne valesse la pena? Non crederete che ve lo dica ora? Vi state piuttosto chiedendo come mai vi faccio tutte queste domande? Troppe domande? Assurde domande? Ma è per darvi l’idea di quale tipo di persona i russi chiamino “pochemuchka“.

Coraggio, tutti noi abbiamo conosciuto tipi così molesti, ma per fortuna abbiamo accanto anche qualcuno a cui, se fossimo arabi, con “ya’aburnee” rivolgeremmo la speranza di perire per primi, dal momento che una vita senza l’altro sarebbe insostenibile. Sono l’unico a trovarla una motivazione un tantinello egoistica?

Magari no. O magari tra voi ci sono dei romanticoni al di là di ogni buon senso che apprezzeranno di sicuro la parola “mamihlapinatapei“. Gli indigeni della Terra del Fuoco la usano per descrivere lo sguardo eloquente, sia pur privo di parole, che si scambiano due persone entrambe desiderose di avviare un rapporto ed entrambe esitanti nel prendere l’iniziativa.

Se non fosse così complicata, la parola sarebbe già stata sfrutta per un film.

Se mamihlapinatapei non fosse una parola così complicata, ne avrebbero già abusato in una carrettata di film come questo.

Naturalmente, abbondano anche i termini per descrivere le pene dell’animo umano, come ad esempio quello stato di prostrazione e struggimento esistenziale di cui è preda chi accede alla coscienza della propria miseria e al quale i cechi danno il nome di “litost“.

Per trattare di argomenti più conviviali ci tocca fare un salto in Spagna, dove con “sobremesa” si intende il tempo trascorso a chiacchierare dopo un pasto, pranzo o cena che sia.

Talvolta è il padrone di casa a intrattenere a lungo ospiti che magari tentano in tutti i modi di levare le tende: in casi del genere a trovarsi nella posizione più difficile sarebbe un ospite iraniano, o chiunque provenga da un paese in cui si parla il persiano. Il loro “taarof“, infatti, esprime il principio quasi sacrale dell’ospitalità, il rispetto dovuto a chi ti accoglie in casa sua e che si manifesta accettando quanto viene offerto.

Ed eccoci infine giunti alla fine del nostro viaggio, alla mia parola preferita: appartiene alla lingua urdu ed è “goya“. Sta ad indicare quella che Coleridge definì “suspension of disbelief”, la sospensione dell’incredulità che mette in atto chi pende dalle labbra di un buon narratore, disposto a credere a qualunque finzione, purché sia ben raccontata.

Goya: quel che si dice "entrare in un libro"... (credit: Guy Laramee)

Goya: quel che si dice “entrare in un libro”… (credit: Guy Laramee)

Beh? Che ci fate ancora qui? Vi ho detto che il viaggio è finito.

Ah, volete conoscere il significato di “culaccino“? Ebbene, stando alla rete, sarebbe un vocabolo italiano con cui si descrive l’alone lasciato da un bicchiere posato sul tavolo. Io, però, non ne ho trovato traccia in nessun dizionario. Che se lo siano inventato?

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