Il pelo nell’uomo

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Il racconto di una radioascoltatrice carpito stamattina ascoltando Il ruggito del coniglio ha stuzzicato non poco la mia sensibilità. Quella che segue è la reverie che ne ho tratto…

guerrilla knitting a Bari

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Forse erano al parco.

Eccoli, sì, li vedo;  una panchina e loro due. Mi perdonerete se riesco a figurarmeli solo come sono adesso, tanto tempo dopo questo loro incontro, la faccia intagliata dagli anni, una nuvola bianca in capo e quella curva leggera che gli incassa la testa nelle spalle.

Lei è la nonna, il contegno che riconosceresti tra mille, come il pettinino di osso con cui raccoglie i capelli sottili dietro la nuca. La stessa persona che con quello stesso pettinino  bagnato sotto l’acqua del rubinetto mi correggeva la zazzera quand’ero bambino.

Non la vedete, seduta composta, con le mani in grembo e lo sguardo dritto davanti a sé? Lo guarda di sottecchi questo pretendente spettinato, che non trova pace su quella panchina, tanta è la voglia di protendersi verso di lei. Lo mette alla prova, non bastano a conquistarla le folte sopracciglia che poi avrei ereditato.

Perché le labbra le si contraggono a quel modo? Eppure il nonno ha fatto di tutto per quell’occasione, ha indossato la camicia stirata e il vestito buono. E si è rasato bene una volta tanto, ha tagliato i capelli corti. Chissà come lo deriderebbero i colleghi muratori, vedendo ora le sue guance divampare di vergogna.

Ecco, è partita la mano che corregge e avanza inesorabile. Il cuore sta per impazzire.

Un filo scucito! Mai sfuggiti alla nonna simili dettagli, lei così sensibile alla piega dei pantaloni, all’abbinamento dei colori. Roba da poco comunque, su cose così è disposta a soprassedere. Dopo averle corrette, naturalmente.

Le sarebbe sufficiente tirarlo via perché tutto finisca lì. E invece no.

Il filo non se ne vuole proprio venire. O meglio, viene e rimane allo stesso tempo. Più lei lo tira, più lui si allunga e così in breve una matassa inconcepibile si affastella ai piedi della panchina. Un cagnolino prende a giocare lì in mezzo e poi un bimbo, mentre intanto le costellazioni tramontano e sorge un nuovo sole. Muta la città attorno a quel continuo filare, svaniscono spazi di campagna per far posto ai palazzi e altre costruzioni cambiano colore. Più volte la processione annuale del santo patrono sfila lì nei pressi e in una circostanza il codazzo dei fedeli inciampa nel filo.

Preoccupati, i parenti di tanto in tanto portano del cibo, increduli di fronte all’inatteso protrarsi di questa storia. La più sorpresa è proprio la nonna, via via sempre più incantata da una situazione che ha dell’incredibile. Un timido sorriso di speranza comincia allora ad apparire sul viso del nonno.

Il bimbo intanto cresce e riceve in dono una sorellina. I due prendono a ricorrersi intorno alla panchina, a farsi i dispetti, a giocare al tiro alla fune, a litigare, ad abbracciarsi, fino a quando non diventano adulti ed hanno i loro figli a cui badare – sì, insomma, fino a quando la sorellina non trova marito e compaio io. Per non rimanere troppo ingarbugliati in quel filo, i fratelli fanno un passo indietro, ma non lasciano soli i genitori. Soli loro non lo sono mai stati.

Da subito uno stuolo di compari li ha aiutati a raccogliere per bene la matassa, soprattutto le colleghe sarte della nonna e i muratori, che ne hanno approfittato per fare loro il filo. Per non parlare degli amici, che li coprono con l’ombrello quando piove, degli spazzini che mantengono il parco pulito intorno a loro, dei giardinieri che ne curano le aiuole, dei turisti che si fanno fotografare con loro… Alla fine, c’è tanta di quella gente a metterci le mani che rimangono tutti col fiato sospeso quando finalmente, con uno strattone, il filo scucito viene via.

Legato all’altro capo c’è un anello di fidanzamento.

Il nonno era questo, molto più che le nostre belle sopracciglia. E quanto se la gode lei questa sorpresa, quanto se la ride, quanto se lo abbraccia.

Questa era la nonna, mia nonna. La stessa persona che quand’ero piccolo bagnava il suo pettine sotto l’acqua del rubinetto per raddrizzarmi la zazzera. E poi mi scompigliava i capelli con una carezza sulla testa.

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