La finestra di Johari

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Sia pur con qualche giorno di ritardo, questo racconto è il mio contributo. Ogni riferimento a fatti e persone non è puramente casuale.

il cioccolato più buono che c'è

Vi sono istanti in cui vita e racconto sembrano finalmente incontrarsi, in cui balena chiaro e fuggevole l’ideale che da lungo inseguo, di una esistenza eloquente, narrata per stilemi letterari, goduta come un romanzo. Sono quegli attimi che vorrei imprimere sulla carta, cesellati con le parole, tramutati in opera compiuta, tangibile, intelligibile. La loro pienezza passa, libera, gratuita; non ne rimane che la percezione nel ricordo e per raccontarla serve il coraggio di rievocarla con le parole, una bella assunzione di responsabilità davanti al rischio di tradirla. Per viltà, dunque, ho lasciato che si trascolorassero, nel limbo tra il cuore e la carta, tante di queste intuizioni di felicità?

La tranquillità di certi pomeriggi ha questo sapore. Soprattutto nelle lunghe giornate estive, quando la luce degrada lentamente e disegna invisibili prodigi sul profilo della città. Ricordo la meraviglia di un tramonto tra le tapparelle che tracciò arcobaleni sotto la doccia. E nelle lente pedalate tante volte ho goduto dell’occhiolino del sole che filtrava con alterne fortune dall’inferriata della scuola. Solcava cieli rossi la mia auto una delle prime volte in cui ho pensato: “Deve essere questa la felicità”.

Non a caso ero in compagnia di un amico. Se la rideva come un matto, una risata incontenibile, sguaiata e, soprattutto, affiorata dal nulla. Il motivo? Lo riaccompagnavo a casa e il cielo era rosso.

Non c’era, in effetti, altra soddisfazione che fosse comprensibile ai miei sensi. Non ne vedevo nella stanca conclusione di quel pomeriggio trascorso insieme agli altri del gruppo, né rintracciavo alcunché di esaltante prima. Non potevo nemmeno contare sul conforto della parola, quella è un’incombenza che lui ha sempre rimesso a me.

Eppure, il mistero di quella felicità mi ha spezzato il cuore.

Alla fine, la definizione giusta l’ha azzeccata Luca: il nostro comune amico semplicemente proviene da un altro pianeta, altro che sindrome di down!

Perché no? Posso solo aggiungere che ci guarda con affetto.

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