Gravity, la vita nello spazio è impossibile

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Gravity

All’inizio del film, nel buio della sala, le parole si compongono sullo schermo:

“La vita nello spazio è impossibile.”

Se ciò che le precede appare a tutti gli effetti come una dichiarazione d’intenti del regista (una promessa sulla verosimiglianza dell’ambiente in cui si sta per svolgere la storia), con questa frase Cuaròn sembra lanciarci un avvertimento piuttosto minaccioso: prendete fiato perché state per mettere piede sulle montagne russe più angoscianti che abbiate mai conosciuto.

E, in effetti, dopo un lento inizio in salita, in cui l’eco della minaccia si dissolve nel silenzio dello spazio tanto che quasi ce ne dimentichiamo, la discesa è vertiginosa. Catapultati nel punto di vista della Bullock, soffriamo con lei ogni capogiro, lo smarrimento e il terrore più totale, schiacciati contro la poltrona da una colonna sonora perfettamente a servizio della messa in scena e che ci toglie  il respiro. Per tutta la prima parte del film la tensione rimane altissima e non accenna a voler diminuire: merito anche della visione in 3D, una volta tanto davvero essenziale al racconto.

Qui, però, comincia un altro film. La sensazione di soffocamento di certo non scompare, ma c’è un evidente cambio di ritmo e le vicende del dott. Ryan Stone assumono un tono più esistenziale. C’è uno stacco dettato da un’immagine molto icastica della protagonista.

Gravity2

L’ultimo cordone ombelicale è stato tagliato. Separata anche dall’ultimo appiglio (un Cloney nell’inedito ruolo di comprimario), la donna che già sulla terraferma andava alla deriva (“guidavo e basta”) dopo la separazione dalla figlia è ora impegnata in un percorso di sopravvivenza che diviene meta-fisico e il cui reale approdo sta in quel liberatorio “non è colpa di nessuno”.

In definitiva, il tema principale intorno a cui gravita la narrazione di Cuaròn (come già nel suo precedente I figli degli uomini) sia quello della vita, quel poderoso e innato istinto che, (pur) nelle situazioni più ostili e in quelle di assoluto nonsenso, mobilita l’uomo a tutti i livelli e lo spinge a tirare fuori le risorse più estreme per non soccombere. Per questo il finale è in realtà più ambiguo di quanto non possa sembrare: vi si parla tanto di morte quanto di rinascita, con proporzioni, però, che per lo spettatore rimangono enigmatiche.

SPOILER ALERT

Il rapido succedersi di aria, fuoco, acqua, terra del momento culminante (quando la gravità, e non la sua assenza, esprime una forza salvifica), la fugace visione dell’anfibio, la strisciante emersione della donna dal grembo delle acque (mentre i detriti della navicella di salvataggio si stagliano nel cielo come meteoriti) rievocano un’atmosfera da vita primordiale. La forza di gravità viene allora fortemente riconnessa alla forza della vita: la specie umana non si è ancora adattata a vivere nello spazio, in un ambiente privo di gravità.

Sembra aleggiare la figura di Darwin nel finale, se non fosse che la donna che alla fine riprende il suo cammino sulle proprie gambe non è stata l’individuo più forte, ma colei che ha saputo giovarsi del dono della vita di un altro.

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